Il patrimonio nascosto

By at 9 maggio, 2008, 1:57 pm

Esiste nell’area di Bassa Pianura che la geografia politica ha denominato Veneto Orientale e che la nuova toponomastica amministrativa indica come “Venezia Orientale”, un patrimonio di notevole valore. Si tratta di un giacimento di entità astratte che derivano dalle interazioni bimillenarie di una straordinaria geografia naturale con le strategie di relazione con l’ambiente dovute a una cultura antica e con le sue vicende storiche. Tale patrimonio viene espresso dal paesaggio, dalla naturalità, ma anche dai segni e dalle tracce della cultura contadina, fluviale e lagunare e, appunto, dalle testimonianze della storia veneziana. Un insieme di valori strettamente intrecciati, che resistono e si conservano nonostante gli eccessi e le  convulsioni di uno sviluppo che ha spesso banalizzato il territorio e prodotto semplificazioni e degrado che, in qualche caso, paiono irreversibili.
Questo giacimento di risorse ambientali, materiali e immateriali presenta, come s’è detto, un valore inestimabile e, contestualmente, una notevolissima potenzialità ai fini di uno sviluppo economico, sociale e culturale  caratterizzato da compatibilità.
Di queste stesse valenze evocazioni, ovvero dell’opportunità che il paesaggio, la natura, la cultura e la storia rappresentano, si è cominciato a discutere, peraltro, molto tardi. Il laborioso Nordest ha dovuto prima rimpinguarsi di ricchezza e di ignoranza, di spaesamento e di analfabeti di ritorno, creando un modello di crescita convulso, che ha riempito le campagne di strade, di capannoni e di periferie urbane. Solo al termine di un percorso che soltanto in apparenza appariva obbligato, gli interrogativi posti dall’elevato costo ambientale e sociale del modello di sviluppo imposto hanno indotto a riconsiderare le scelte per delineare un futuro diverso.
Così è stato, ad esempio, per i fiumi, da troppo tempo perfetti impianti gratuiti di smaltimento di liquami; così è stato per le campagne, anch’esse considerate ottimi spazi per i retini dei piani urbanistici di urbanizzazione abitativa e produttiva; così è stato, infine, per le sacche della laguna marginale, che si sarebbero volentieri trasformate in perfetti insediamenti di terre-mare per il turismo balneare dei fuoribordo. Ecco allora che  magicamente, all’epilogo di una strada senza che appariva sempre più senza altro sbocco che la perdita totale dell’identità, è emerso il concetto rivoluzionario del cosiddetto “turismo compatibile”. Espressione magica, certo, perché consente di cogliere e di contestualizzare risultati molteplici quali, ad esempio, la conservazione e il restauro dei luoghi e delle loro risorse estetiche ed ecologiche e la valorizzazione della loro vocazione produttiva “indiretta”, trasformando la strategia di conservazione in strategia per produrre nuova ricchezza, non solo materiale.
Questa nuova visione, che ancora stenta a trasformarsi in precisa strategia e che proprio in questi ultimi anni e non senza fatica, alcune associazioni e amministrazioni locali stanno portando avanti, era già stata recepita dai visitatori Tedeschi e dagli Austriaci del nostro territorio.
Ogni anno, infatti, a decine e decine (o forse a centinaia), essi discendono passo a passo il corso del Piave dalla sorgente alla foce jesolana, per scoprire la nostra anima (o quel che ne è rimasto). Transitano sui marciapiedi di via Martiri, a Musile, con lo zaino in spalla e le scarpe grosse, ma non trovano nessuno ad accoglierli, né cartelli ad indirizzarli verso una pausa ristoratrice o verso una sosta culturale. Eppure sono proprio loro i messaggeri del turismo compatibile di cui si favoleggia e di cui gli amministratori di livello più alto cominciano seriamente a sospettare l’importanza.
Gli scettici esistono, certo: è più facile continuare a costruire capannoni che impegnarsi in investimenti il cui riscontro economico appare spesso incerto e soprattutto diluito nel tempo. Ad essi però noi diciamo che la scelta di valorizzare questa terra e le sue risorse straordinarie, è una scelta proiettata nel futuro, il solo possibile per questo territorio, il solo praticabile, il solo che limiti i danni di uno sviluppo che ha prodotto poca qualità dei cittadini e, appunto, troppa ricchezza, attirando infine i diseredati di mezzo mondo.
Quella del turismo compatibile è dunque la ragione per cui il Sile, Il Vallio-Meolo con la Fossetta e il canale Vela, il Taglio del Sile, la Piave Vecchia, il Piave, il Sile-Piave Vecchia, la Grassaga, il Piavòn e la Livenza, e poi le valli da pesca a nordest di Venezia, le campagne dei frutteti e delle case contadine sparse, i ponti a bilancere della bonifica, i musei che ci sono e che verranno e tutto ciò che costituisce il bello che rimane di questa parte del Veneto, sospesa tra mare e laguna, sono la nostra speranza per il futuro. O meglio, per un futuro diverso, in cui il desiderio di godere delle risorse  restituite a nuova dignità e bellezza, possa attivare quelle forme di economia che possono radicare la gente alla loro terra e fare in modo che questa torni ad essere una risorsa sacra e inalienabile.

Michele Zanetti
Naturalista

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