Scrivere con le immagini

By at 27 gennaio, 2010, 9:55 am

Leggere significa entrare in relazione, attraverso il testo, con colui che scrive; significa percorrere, a ritroso, quella strada che egli ha percorso
scrivendo, da un’idea all’opera, riandando noi, dall’opera all’idea, al significato che intendeva esprimere. E questo attraverso il testo, che è il
“medium”, nel senso che sta nel mezzo tra noi e l’autore, a mediare, appunto, l’incontro, a mettere in comunicazione due persone, due esperienze.
Occorre,però, perché questo incontro avvenga, sapersi porre in ascolto, cioè comprendere a fondo il testo, a partire dalla sua forma, dal modo con cui è stato costruito, per saperne cogliere il significato più profondo.
scrivere con le immaginiQuale linguaggio usa Michele Zanetti per parlarci di Venezia e della laguna? Non il linguaggio delle parole, siano esse quelle dello scienziato o del poeta,  bensì quello delle immagini, della fotografia, per scrivere, come dice l’etimologia della parola, attraverso la luce. Sembra un linguaggio immediato, quello della fotografia. Certo, ma la facilità di fruizione aumenta il rischio che il lettore consumi con occhi distratti un’immagine dopo l’altra,  senza saperne davvero guardare nessuna. Parlare di un libro di fotografia non è dunque come parlare di un romanzo, di una raccolta di poesie, di un reportage di viaggio, proprio perché le immagini hanno una loro particolare grammatica.
Occorre seguire un processo elaborativo che, a partire dalla percezione, ci faccia arrivare alla comprensione di quel significato che era nella mente dell’autore, nostra meta e suo punto di partenza. Fotografie… e di Venezia, per giunta! Due luoghi comuni per antonomasia, stereotipati, che  costruiscono quasi da soli la propria interpretazione di sé. Venezia, unica al
mondo… cosa può essere rimasto da dire, ancora, su questa città? Eppure, proprio perché unica è ogni persona, unici sono la sua sensibilità e il suo modo di vedere: unico, dunque, questo libro.
Ho voluto leggere le immagini senza fermarmi alle parole della prefazione, senza leggere le note introduttive che lo stesso autore ha ritenuto necessario premettere ad ogni sezione. Pur essendo la mia modalità comunicativa avvezza più alle parole, ho cercato, questa volta, di lasciar parlare le immagini, soffermandomi lungamente su ognuna, da sola e, insieme, nella loro sequenza narrativa, seguendo il mio personale processo elaborativo, cognitivo ed emozionale ad un tempo.
La prima sezione ci fa approdare a Venezia, scivolando silenziosi lungo un rivo, sfiorando le alte pareti scrostate, nell’acqua verde e opaca, immobile, di cui pare di sentire l’odore salmastro e ci porta poi a San Marco, al tramonto,
con la luce radente che accarezza le facciate dei palazzi, le cupole della basilica, il campanile e disegna il confine netto fra le guglie ardite e il cielo denso e pesante, che in alto si imbianca di nuvole gonfie. Se fotografare è scrivere con la luce, la luce di queste prime fotografie è luce di palcoscenico, per una scenografia stupefacente, che ancora rinnova la sua magia.
E quale Venezia rimane, imprigionata in questi scatti che, come disse il grande fotografo H.C. Bresson, “raggiungono l’eternità attraverso il momento”? Non la Venezia dei fasti passati, ormai impietriti, non quella delle cupole, delle statue dorate che s’innalzano in un cielo bellissimo e muto, ma una città decadente e molle, che recita se stessa come le sue maschere in una vetrina polverosa. Venezia, scrigno di luce malinconica, mostra il trucco che si sta sciogliendo, come sul viso di una donna stanca, dopo la festa, Venezia si lascia guardare imprigionata in se stessa, come quel leone nel legno di un portone chiuso, e fragile come il cavallo imbrigliato in una gondola.
Occorre uscire in laguna, per riprendere fiato, liberare lo sguardo e dilatarlo in profondità, nelle immagini in campo lungo o lunghissimo, fino a comprendere, all’orizzonte, la catena delle Prealpi. Venezia è appena alle spalle e lo spazio si anima, il verde irrompe e l’alba si fa umida di rugiada e di nebbia. Ecco comporsi quello sfondo che, allora, valorizza le figure: il cormorano al sole, le reti da pesca, la danza della luce sull’acqua. Acquistano senso le stagioni. L’opaca, teatrale immortalità di Venezia rientra nel tempo, può ancora conoscere le suggestioni di albe e tramonti che incendiano l’acqua e la magia dell’inverno, può adesso raccontare la gente vera, i bambini nelle calli e il bucato steso, metafora di una quotidianità persino povera. L’occhio del fotografo, allora, zooma e si avvicina alle persone e agli animali, chiamandoli per nome, mentre ferma nello scatto eterno istanti irripetibili di una vita che scivola via veloce, come la barca sull’acqua o il falco, alto nel cielo.
E se approdare a Venezia è stato perdersi, come la penna di gabbiano posata sopra la prateria di salicornia, ora l’uccello spiega le sue ali bianche e continua il volo.
Gabriella Serafin

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