Una Chiesa che non e’ qualunque

By at 11 ottobre, 2010, 2:55 pm

Non è lunga da percorrere la strada che mi separa dalla Parrocchiale di Corbolone, frazione che vanta più storia del capoluogo, ma anch’io, come tutti ormai ci vado in automobile. Parcheggio sotto un vecchio e ombroso tiglio e mi avvio, attraversata la provinciale, verso la piccola chiesa. Con la macchina, lascio fuori i pensieri e le preoccupazioni quotidiane, memore del monito latino: canes extra ecclesiam!
Così entro nell’edificio sacro con la mente libera, bianca come un foglio di carta dove poterci fissare emozioni artistiche e spirituali. Del resto, l’arte proviene dallo spirito e ad esso volentieri vi fa ritorno se, solo per qualche istante, la stiamo a guardare e ad ascoltare in religioso silenzio.
E qui dentro di arte ce n’è, eccome. Che pace, che arcana tranquillità, al riparo dai rumori assordanti del mondo esterno, che ora mi giungono all’orecchio come ovattati.
Mi siedo in un banco centrale un po’ avanzato e, in un primo momento la testa tra le mani, mi predispongo ad abituare gli occhi alla penombra dell’unica navata, creata su misura.
Non son passati cinque minuti che già sento calare dentro di me, come l’acqua fresca in una gola assetata, la serenità, e con essa la voglia di intrattenermi piacevolmente con i personaggi della pala centrale, quella, alta più di tre metri e mezzo, bella imponente austera; ognuno di essi, vedendomi entrare, già da lontano si predispone a ricordarmi i suoi parenti ed amici più cari: Giorgine, Tiziano, Amalteo ecc; notizie che a me ora interessano relativamente, preso come sono dal linguaggio che mi proviene dal manufatto così com’è.
Sono i pensieri più profondi, le loro piaghe del corpo e dell’anima che con dignità ostentano, a interessarmi e a farmi riflettere, E’ questa loro rigida immobilità in cui da lungo tempo sono stati collocati, estranei l’uno all’altro, vicini e lontani nello stesso tempo, a farmi sorgere nella mente le prime emozioni. Da circa quattro secoli infatti, San Rocco indica la sua ferita purulenta, San Sebastiano mostra le sue giovani carni trafitte, e San Marco maestoso e benedicente sul trono evidenzia l’atteggiamento fiero di un Cristo.
Tutto immutabile, nulla nel frattempo, guerre povertà pestilenze spostamenti, è accaduto, nessuno s’è deciso di dare aiuto o guardare negli occhi l’altro. Marco non ha chi gli sorregga il pesante libro, neppure la spalla di Rocco, il quale manca persino della compagnia del cane, sempre presente e fedele a procurargli il cibo e a leccargli la piaga. Sebastiano poi propende il suo bel corpo verso il cielo, dove è riposta ogni sua speranza; un cielo postumo e lontano, regalatogli da un’esigenza della pietà popolare.
Dentro di me, in perfetto silenzio, dico a Marco che domina la scena, l’unico che mi guarda dritto negli occhi: “Povero come voi e inutilmente mobile, ricco solo di paure e di solitudine, nulla purtroppo vi posso dare. Sono qui solo per chiedere”.
Non mi risponde.
Allora chiudo gli occhi per qualche minuto. E succede che quando li riapro, non mi senta più così triste come il leone che, ai piedi del trono, sembra portare su di sé il peso di tutto il dipinto, e veda sorgere, alle spalle dell’Evangelista, un’aurora piena di luce che si riflette sul corpo diafano di Sebastiano, come in uno specchio. Abbassato lo sguardo, ai piedi di Rocco, in luogo del pavimento posticcio, mi par di scorgere le belle acque del Malgher, scorrere lente e tremule verso il mare.
Antonio Boatto

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