L’anima contesa

By at 2 maggio, 2011, 6:10 pm

Tante sono le chiese dedicate a san Martino vescovo, il cavaliere di Tours per intenderci; quella di Torre di Mosto è per me la più bella, anche se non può vantare i natali del Santo né le stupende vetrate della cattedrale dell’undicesimo secolo a lui dedicata.
E’ la più bella perché l’ho frequentata fin da piccolo, ci ho fatto il chierichetto per sette anni: la raggiungevo in barca attraversando il fiume Livenza, a volte
remando controcorrente, io piccolino da solo, con tutti i rischi che potete immaginare.
E’ una costruzione sacra semplice del settecento, abbracciata dal fiume, con un campanile appiccicato al coro, come un bambino alla sua mamma, un  campanile timido, che non vorrebbe essere notato, ma che si evidenzia per bene in controluce, specie se osservato da casa mia, come una matita a base quadrata e bene appuntita. Dentro la chiesa ha una struttura ad aula, una grande sala, anzi un salotto di devozione e preghiera. Appena entrato la vedi tutta con un sol colpo d’occhio, dai primi altari laterali ornati di statue marmoree dalle movenze sinuose, fino all’abside con la pala di san Martino in atteggiamento mistico di santo calvo, addobbato da vescovo; mentre sotto fa capolino, in piccolo, l’episodio che lo rese famoso, il taglio del mantello che eseguì di netto con la spada rimanendo a cavallo, in favore del poveraccio infreddolito, e che segnò la sua vita meritandogli il piviale dorato e la mitria. Martino si preoccuperà in seguito, di coprire i corpi, convinto che le anime non soffrano il freddo.
Una menzione merita il dolentissimo crocifisso di legno appeso sulla parete di sinistra, che io osservavo attentamente e a lungo, con grande compassione e piacere estetico, (non m’interessava minimamente che fosse affisso alla croce per i peccati degli uomini, genere di azioni che allora ignoravo), mentre seduto sul primo gradino della scaletta del pulpito, attendevo che il padre passionista terminasse la sua lunga e lagnosa omelia, per riaccompagnarlo trionfante in sacrestia facendogli strada fra la gente che occupava ogni angolo del pavimento, gradini degli altari compresi. In quegli anni non c’era ancora la televisione, così le prediche e le cerimonie quaresimali come le processioni, rappresentavano un divertimento, un diversivo alla monotonia della vita contadina, un reality ante litteram. Sotto il pulpito di legno laccato e arricchito di fregi, incollato al muro come un bassorilievo, ci stava immancabilmente un vecchietto magro e minuto, che se la rideva da solo durante la rievocazione dei momenti più drammatici della passione di Cristo, giustificando il suo comportamento irriverente con la scusa d’essere di un’altra parrocchia. E’ ormai da più di un’ora che mi trovo dentro la penombra del luogo sacro, seduto per riposare le gambe, a metà navata su di un vecchio banco che porta, giusto davanti e in bella vista, una targhetta di ottone con cognome e nome del donatore, nel frattempo morto.
Dopo aver fatto, con attenzione e con quel po’ di devozione rimastami, il giro di tutta la chiesa, in ogni suo angolo, sacrestia compresa, me ne sto con il naso all’insù ad ammirare il dipinto del soffitto dalle fattezze inconfondibili e sfarzose d’una Venezia settecentesca. E’ un affresco firmato dal Cedini, il cui cartone vidi duplicato, sempre nella regione veneta, esattamente quando e dove non ricordo bene; espediente artistico questo, che non crea meraviglia in noi che viviamo nell’era dei multipli e della clonazione, dove si considera la ripetizione del bello e dell’utile, non un reato ma un pregio.
L’episodio che descrive, è la morte di un cristiano, forse Martino stesso, la cui anima è contesa da due forze contrapposte, Dio e il Diavolo, nomi che,  guarda caso, hanno una radice comune.
Quand’ero piccolino possedevo dieci diottrie su dieci e vedevo le cose come stanno, palesi e semplici: il Diavolo, sovrastante il letto del morente con atteggiamento da folletto e che fa marameo, snello e simpatico, pronto ad afferrare l’anima al volo appena uscita dall’involucro del corpo malandato, e più in su gli angeli ingenui e festosi, sicuri di sé, a sfarfallare per tutto il cielo dorato mostrando compiaciuti il loro fondoschiena, certi che lo spirito del santo, purificato dai sacramenti, arrivi luminoso in alto. Un gioco divertente.
Ora che la vista è ridotta a metà, le cose le vedo nebulose, sfumate nei loro contorni e colori: sono costretto a interpretarle, mettendoci molto, forse troppo del mio, di quello che sono andato maturando in una vita carica di molteplici esperienze. Il dipinto continua a piacermi nelle sue forme leggiadre, ma non più nei contenuti che un tempo vi scoprivo evidenti. Il mio concetto di religione è cambiato: non è più un fatto oggettivo immutabile e uguale per tutti, il dualismo dogmatico del bene e del male contrapposti, bensì realtà dinamica che coincide con l’azione della mia coscienza d’individuo irripetibile non soggetto a contesa o spartizione da parte di nessuno, dove dimora il bene che ho e quello che mi manca, che non è la presenza del male, ma semplicemente un’assenza presente.
Mi rialzo soddisfatto aiutandomi delle braccia, do un’ultima occhiata alla targhetta e penso all’anima del donatore, depongo il fardello dei miei pensieri e ricordi all’angolo del vecchio confessionale che ne ha sentite di tutti i colori, saluto i santi presenti ed esco all’aperto, risucchiato dalla frenesia idiota dell’abbagliante attualità esistenziale.

Antonio Boatto

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