SHERZI D’ANGELO

By at 8 luglio, 2011, 3:36 pm

L’afa è insopportabile e la noia la segue di pari passo. Meglio andare in centro alla ricerca di un angolo di refrigerio; per esempio quella piccola gelateria “imbusata” tra i condomini, ma rimasta in piedi perché dichiarata dalle autorità competenti non abbattibile come casa tipica, dove non arriva mai il sole neppure d’estate. Di lì si vede gente passare, che non si ferma a rompere i corni, ma s’affretta verso luoghi più qualificati e alla moda.
Detto fatto salgo in macchina e raggiungo in breve il “baretto” designato; trovo subito da parcheggiare, uno spazio macchina che pare tenuto libero per me. Sono le tre del pomeriggio, e non c’è nessuno che occupi una sola sedia delle cinque disposte attorno l’ingresso del locale. Ah che fresco e che bene si sta qui sotto la pergola!, dico mentre mi lascio cadere sulla poltroncina addossata al muro e generalmente destinata a Danilo, il proprietario che ora non si vede.
“Ehilà, ci sono, ci sono. Sto lavorando al gelato arricchito con frutti di bosco, quelli veri, raccolti l’altrieri da me sul monte Pizzoc. Arrivo!”. E’ un brav’uomo, artigiano d’altri tempi, ma che non sa presentare le cose speciali che produce. Oltre il gelato, ci sono le torte, il pane alla zucca, un tipo di biscotto casereccio che già faceva la sua nonna con latte fresco e uova di giornata, e poi il buon vino Raboso del Piave. Cose di pregio, ma buttate lì sul banco senza nemmeno una “tovagliola” a protezione dalle mosche, che in queste cittadine di campagna non mancano mai. Che volete, è solo, vedovo da anni e con una figlia sposata a cinquanta chilometri di distanza.
Ma ecco che arriva, senza aspettare l’ordinazione, con in mano un cono grande e pieno, alto come il monte Cervino e colorato d’un rosso porpora che a me piace, dicendomi: “Mangia intanto, che io ho ancora una mezz’oretta da fare”.
Mi distendo bell’e comodo, allungo i piedi su di un’altra sedia ed inizio a sorbirmi il gelatone alzando lo sguardo verso il cielo, quello squarcio ristretto d’azzurro che l’edilizia selvaggia ha distrattamente destinato al buon Danilo e ai suoi clienti affezionati. E che ti vedo? Proprio il campanile del duomo, da metà in su, con sopra la cuspide l’angelo in bronzo, alto e dalla spada riposta, quello che si evidenzia bene anche da lontano. Chi può rappresentare? mi chiedo, il Piave che mormora alla prima guerra mondiale o addirittura l’arcangelo Michele, quello che cacciò i progenitori dell’umanità dal paradiso terrestre dopo il peccato?
Tra una leccata e l’altra, inconsciamente giro la domanda all’interessato con forte intensità mentale. Lui sembra ascoltarmi
sul serio e incredibilmente rispondermi a modo suo, da extraterrestre, alzando dapprima il braccio che impugna la spada e poi scoprendo le ali, aprirle e agitarle sollevandosi dalla base su cui poggia da sempre. Ora è in volo e fa delle piroette divertenti, incredibili se considero il suo peso.
Mi scompare alla vista tra i palazzi per riapparirmi d’improvviso impazzito flessibile sinuoso instancabile, con le vesti agitate nell’aria, esibendosi per un quarto d’ora in uno spettacolo da par suo, tutto e solo per me. Poi ritorna al suo posto calandosi dall’alto in una verticale perfetta sulla base di prima: il volto diritto, serio, la spada abbassata e le ali raccolte a scomparsa. Finisce così il suo discorso. Pure il gelato è finito; ma la risposta, quella classica e tradizionale ch’io volevo da lui non c’è stata. Meglio così, mi dico, perché le risposte uccidono le domande, le loro forti aspettative e attentano al fascino intoccabile del mistero.
La vita è bella o brutta, ma non è mai una domanda con risposta. E’ solo un’azione intensa e breve.
Intanto il Danilo non si fa ancora vedere; sordo come una campana, non risponde neppure alle mie chiamate insistenti.
Secondo me, stanco e accaldato s’è assopito nel retrobottega dove il fresco in questa stagione è ancora più rilassante.
Non mi resta che rialzarmi rinvigorito ed esaltato dall’estemporanea celestiale visione. Lascio due euro sul banco vicino alla cassa, risalgo in automobile e mi dirigo verso casa dove, chiuso nello studio e sotto l’aria calda d’un ventilatore, ripercorro l’esperienza indicibile testé vissuta cercando di fissarla, a futura memoria, su fragile carta con la debolezza delle parole.
Antonio Boatto


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