Il Nocciolo della Parola

By at 30 marzo, 2014, 9:38 am

Gustave Doré “The confusion of the tongue (La confusione delle lingue)

Ogni parola contiene il proprio nocciolo di richiamo sociale e culturale, prova dell’indissolubilità del trinomio popolo-lingua-storia; tale insita informazione rappresenta la sintesi di un passato che viene a presentarci il conto nel terzo millennio dC.

Plafòn
Tra i vari dialetti della nostra penisola è frequente incontrare degli esotismi linguistici, disseminati dai popoli occupanti, vedi Buatta “barattolo” nel napoletano dal francese Bôite (buat) e nel salentino Fueco “fuoco” dallo spagnolo Fuego.
Plafòn “soffitto” è una voce appartenente al dialetto veneto: per essere più precisi, ricorrente nel veneziano di terraferma.
Essa risuona di esotismo, e a giusta ragione, poiché si è attestata per il tramite degli invasori francesi agli ordini del condottiero Napoleone su mandato del Direttorio.
Era il 1797 e il giovane generale occupò Venezia, sebbene la Serenissima fosse rimasta neutrale nel conflitto della Campagna d’Italia, derubandola infine di reperti storico-artistici.
Nel frattempo s’impadronì delle isole Ionie non contento di aver già ottenuto la Romagna, Bologna e Ferrara dalle mani di Pio VI  impaurito delle sue armate.
C’è da osservare che a quel tempo, grazie al rilassamento indotto da una lunga pax nella penisola, per ragioni di risparmio nessuno stato italiano possedeva un’armata che potesse competere con i transalpini, tale da abbozzare almeno una difesa.
Genova si asservì e finanche la potenza austriaca dovette cedergli la Lombardia.
Tornando al vocabolo “francofono” Plafon, occorre innanzi tutto andare alle origini della nostra storia linguistica, dove scopriamo che esso è l’evoluzione dalla radice indoeuropea PLT che significa “piatto” nel senso “disteso-pianeggiante”.
Una radice glottologica appartenente a quella grandiosa massa umana di cultura Kurgan immigrata dall’oriente nel 4.400 aC e che è stata la progenitrice di tutte le lingue europee, ad eccezione di alcune quali il Basco, l’Estone, il Finlandese e l’Ungherese.
Dal radicale PLT, i greci avevano elaborato i termini Plateia “platea”, Platys “largo” e i latini Platea “piazza”, questo così riversato in italiano con il significato corrente di “settore piano riservato a un pubblico,” e Plattus “piatto”.
Da osservare la mutazione fonetica della consonante latina “l” di Plattus nella vocale italiana “i” di Piatto: il motivo per cui la “i”, precedendo la seconda vocale “a”, può essere definita semiconsonante.
L’idioma francese, però, ha mantenuto l’etimologia corretta contando tra i suoi vocaboli Plat “piatto”, che componendolo con Fond “fondo-suolo”, ha coniato Plafond “soffitto”, questo entrato tale e quale nella lingua italiana dal 1713.
Ancora, fatto incrociare Plafond con Lumière “luce” il francese ha ottenuto Plafonnier “plafoniera” donde l’italianizzato Plafoniera attestatosi dal 1933 in complanare con l’originale francese.
La voce veneta Plafon “soffitto” ripete pari pari l’elegante pronuncia francese di Plafon(d) dove la “d” finale è muta, diversamente dal dizionario italiano che ha tra gli esponenti uno scopiazzato Plafone d’identico significato ma di scorretta combinazione etimologica.
Di là del passaggio attraverso la lingua straniera, nondimeno, è utile ben ricordarci, con una presa di amor patrio, che tale vocabolo, francese e italiano, e la corrispondente voce veneta sono pur sempre figli della lingua latina, così come i succitati Bôite con Buatta e Fuego con Fueco, rispettivamente dal latino volgare Buxida e Focus.

Ferruccio Gemmellaro

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