Le ville venete: segno di ospitalità, di lavoro e di pace

By at 12 dicembre, 2014, 2:10 pm

Venezia è sempre stata una perla universale della ospitalità, ereditando in questo la spiritualità greca, per la quale il concetto di xenia era intimamente legato al concetto di “ospitalità” e di scambio di doni. E lo possiamo trovare in Omero come in Erodoto e in molti altri scrittori e poeti.
Venezia, nel 1400, aveva a disposizione 68 strutture per ospitare i pellegrini e i forestieri ed è una delle città che ha inventato le dimore dei suoi patrizi come “ville” di vacanza e di ospitalità, e non come “castelli” o fortezze con mura, arcieri e guardie per difendersi. Se la classe dirigente veneziana andava sul territorio per costruire ville aperte, senza difese, dove ospitare amici e dove mostrare un impegno sia di lavoro (erano infatti delle vere e proprie imprese) che di tempo libero, significa che era una classe politica che non aveva nulla da temere e che godeva del pieno rispetto del popolo.
Le dimore storiche e le ville non erano emblema di un feudo estraneo e opprimente, ma luoghi di coltivazione e di gaiezza, architetture gentili ed estatiche, accoglienti e gradite, segni di un mondo che per oltre mille anni non ha avuto oppressori stranieri né vassalli interni, dove i colonnati dell’atrio, il pronao dei palazzi, e i colori degli intonaci erano un gioiello sullo sfondo della natura e dei borghi, senza barriere visive, senza torri di avvistamento, senza angoscia e senza armati.
Una scrittura di pace, dove la voce del tempo non evoca fantasmi grevi e minacce oscure o temibili: il visitatore, l’ospite e il forestiero ritrovano in queste dimore uno spirito diverso, una energia segreta di pace, una fonte inesauribile e secolare di leggerezza e di vita, comprese le fatiche del lavoro dei campi, la quotidianità dei lavori domestici, della raccolta del grano, delle vendemmie dell’uva e della frutta, degli allevamenti, degli alberi, dei giardini e dei parchi.
La grande attenzione all’ambiente e alla bellezza dei paesaggi è testimoniata dal fatto che negli archivi della Serenissima è censita ogni cosa: alberi, boschi, torrenti, montagne, fiumi. E tutte le pietre, una per una.
Francesco Petrarca, poeta, in una lettera inviata ad un suo amico di Bologna nell’agosto del 1321, così descriveva la Serenissima Repubblica di Venezia:
« Venezia, Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita, Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’ è cinta, dalla prudente sapienza dè figli suoi munita e fatta sicura»


 

 

 

 

 

 

Romano Toppan

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