Notizie di Cavazuccherina durante la Grande Guerra

By at 12 dicembre, 2014, 1:05 pm

dall’ archivio storico di Giuseppe Artesi

Benedetto Croce nel 1930 dirigeva “La Critica” rivista di letteratura, storia e filosofia. Dalla rubrica momenti della vita di guerra, dai diari e dalle lettere dei caduti, emergono delle persone speciali.
Una di queste è Leonardo Cambini da Livorno, professore in una delle Scuole normali di Pisa. Della sua famiglia cinque fratelli partirono per la guerra e due, egli e il fratello minore Raffaello, non tornarono al vecchio padre superstite. Leonardo lasciava anche la moglie e due figliuoli. Era di temperamento vivace, allegrone, pronto agli scherzi, alle beffe. Ma sotto scorreva una vita profonda e gentile.
Il maestro, pur nel suo fare scherzoso e burlone, suscitava un senso di profondo rispetto. Era repubblicano mazziniano (l’ultimo suo lavoro uscito postumo e incompleto riguarda L’Indicatore livornese). Naturalmente nel fervore della guerra mise da parte l’ideologia repubblicana. Ma del Mazzini gli rimase un senso religioso della vita.   Il Cambini queste sue idee religiose le fermava pensando ai figli, e scriveva alla moglie, inviandole un libriccino di letture evangeliche: (Cava Zuccherina, 3 gennaio 1916)… il libricino è fatto per i mimmi; ma lo potrà leggere anche Truci (Scherzoso diminutivo del nome della moglie, Etruria), che lo leggerà ai bambini nelle parti che più li interessano.
Mentre la guerra stava per scoppiare, egli, di classe anziana (era nato il 26 aprile 1882) s’ affrettò ad arruolarsi ufficiale di Milizia territoriale ed arrivò a Cavazuccherina prendendo il Comando fluviale militare che si era insediato presso la Villa settecentesca della famiglia Truzzardi, demolita negli anni “60”, precisamente nella attuale Via Nazario Sauro, dove si trova l’abitazione della famiglia Agostini Mauro e il negozio di  agraria. Nel frattempo era caduto al fronte il fratello minore Raffaello, ch’era stato da lui educato. Il dolore, per la morte sul Carso del fratello minore, non lo abbandona mai. Scrive alla moglie: (Cava Zuccherina, 18-19 marzo 1916), o bimbina, o bimbina mia, che pena grossa! a ogni motivo che ho di rallegrarmi, come l’animo mi corre a Lui, che non c’è più, che non vede più, che non può più marciare coi suoi soldati. Caro, caro, piccolo mio: il più caro, il più caro, sai: quasi, mi pare a volte, e mi pare forse ora perché non c’è più, quasi più caro dei miei figlioli. O bimba mia, ma è bene, sai, è bene sia morto così, come lui ha sognato, come lui ha desiderato: all’assalto, insieme ai suoi soldati, dopo avere, pochi giorni innanzi, portato alla vittoria la sua bella bandiera.
Grande pena è anche la distanza che lo separa dalla moglie e dai figli, tanto che nell’estate del 1916 fa venire a Cavazuccherina  la famiglia e si impegna ad insegnare il latino al figlio maggiore. Non fa trapelare a nessuno di questa sua interna afflizione, tanto che fa schiamazzo, a mensa, a capo di un gruppo di ufficiali buontemponi e mantiene, apparentemente, il vecchio umore nelle scherzose lettere che invia agli amici e colleghi docenti. Lui in verità attende solo di essere chiamato a combattere, e verrà esaudito nel maggio del’ 17 quando anche le classi più anziane vennero lanciate nell’ agone della battaglia.
Viene spedito immediatamente sull’Isonzo, da dove racconta essere immerso nel fango delle trincee e dove parteciperà alla X Battaglia dell’Isonzo in cui da parte italiana si contano 160.000 vittime (tra cui 36.000 caduti), gli austro-ungheresi persero invece 125.000 uomini (di cui 17.000 morti). In seguito assieme ad altre unità coprirà la ritirata di Caporetto, infine troverà la morte il 12 gennaio 1918, mentre sugli altipiani partecipava alla disperata difesa delle Melette di Asiago.

Ometto le lettere che spediva alla famiglia e agli amici, profonde e di grande sensibilità, ma riporto un piccolo brano di un servizio che fece per il suo giornale di Livorno, di una sera a Venezia:”…vieni a godere Venezia al buio. Non l’abbiamo mai veduta così bella: stasera, sotto l’albore diffuso di una luna velata le Procuratie si stendevano a perdita d’occhio, e i vani neri delle finestre davano un risalto strano alla linea dell’attico, e agli archi dei balconi: in fondo, un accavallarsi, un aggroviglio di cupole, di cuspidi, di ricami lumeggianti d’oro qua e là: e dall’ombra che lo fasciava per tre quarti balzava nell’aria il campanile possente. In cima, un punto di luce: una stella o la testina dell’angelo che ride alla luna?….” – E tu, buon Niccolai, tu potresti goder bene questa rivelazione divina; potresti sentir davvero come i maestri nostri abbian creato queste divine opere di bellezza non soltanto perché le ammiriamo in pieno sole o sotto la luce falsa e sfarzosa delle lampade ad arco; ma perché ci parlino al cuore, così come parlavano ad essi, che le vagheggiarono, queste figlie della loro fantasia, del loro sogno, in questa luce serena e pacata che dà al marmo una morbidezza, quasi, di cosa immateriale, che fascia d’un velo sottile d’incantesimo questi portenti divini dell’arte”.

Giuseppe Artesi

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