C’era una volta… altri tempi e altri giochi

By at 30 marzo, 2015, 12:51 pm

iPad, tablet, pc, Mac, iPhone, Samsung, Android, Whatsapp, Sms e molte  altre parole sono il linguaggio dei giovani d’oggi. Loro ciattano, inviano messaggi, foto, giocano, fanno amicizie o ricerche su internet e mille altre cose che si può fare comodamente seduti a casa propria.
Tra una generazione non usciremo più di casa neanche per fare la spesa, lo faremo semplicemente inviando un sms al centro commerciale e poco dopo ci porteranno a casa gli alimenti. Potremo fare inoltre anche tutti gli altri acquisti personali come vestiario e accessori, attraverso una particolare “app”, un programma che dopo aver impostato il nostro ologramma  (parola derivante dal greco antico il cui significato è descrivo tutto)  è un’immagine o pattern d’onda interferenti che si ottengono con l’utilizzo di laser. Grazie a questi pattern si riesce a creare e proiettare un’immagine tridimensionale. In questo modo possiamo entrare virtualmente in un negozio di scarpe, vestiti, cappelli, occhiali o altro e, sempre virtualmente, provarli e vedere l’effetto “indossato” di fronte, di lato e da tutte le parti poiché potremo ruotare l’immagine a nostro piacimento.
Mi viene da ridere e da piangere nello stesso tempo, se penso che un paio di generazioni fa in buona parte delle case di campagna non c’era ancora l’energia elettrica e come riscaldamento, raccontano i nonni, la sera ci si ritrovava in stalla al caldo delle mucche. Poi quando si andava a letto, non essendoci i termosifoni e le stanze erano fredde, sotto alle lenzuola e coperte si metteva la “monega” una specie di barchetta fatta con delle stecche di legno e nel mezzo una base metallica, dove veniva posto un contenitore con della brace, per riscaldare il letto. Mentre, negli anni 50 subito dopo la guerra,  chi aveva qualche lira, poteva farsi costruire dal fabbro, un contenitore con il bossolo in ottone di un piccolo cannone, per inserire dell’acqua calda per riscaldare il letto ed i piedi per una buona parte della notte.

Da allora sono trascorsi una sessantina d’anni ma sembra un’eternità.
Mi ricordo, ho passato da poco 71 primavere, che, quando ero bambino, i giochi erano molto semplici e soprattutto di gruppo.  Nel campiello si giocava ai “vivi e morti” : si formavano due squadre di 5/6 bambini, ognuno dei quali aveva mezzo mattone, che veniva posizionato in piedi a 5 metri distanza ed ognuno dei partecipanti, a turno, doveva colpire con un grosso sasso il mattone dell’avversario, rovesciandolo . Quando questo cadeva, il colpito non poteva più giocare e doveva mettere il proprio sasso sopra al mattone finchè un suo compagno non lo colpiva nuovamente e quindi liberandolo, poteva riprendere il gioco. Erano cose semplici e allegre, senza malizia ma con molta mira.
Un’ altra partita che facevamo spesso era quella della “lippa” . Avevamo un pezzo di legno della lunghezza di una quindicina di centimetri ed il diametro di cinque, smussato a punta da entrambi le parti. Dopo averlo posizionato a terra, lo colpivamo con un bastone per farlo saltare per poi colpirlo nuovamente e lanciarlo il più lontano possibile.  Naturalmente vinceva chi con più forza e capacità lo spingeva più in la.
Avevamo molti altri giochi, in genere sempre assai innocenti, divertentissimi e coinvolgenti, tanto da permetterci di trascorrere il tempo senza neanche accorgercene al punto che le nostre mamme dovevano uscire di casa per farci rientrare.  Giocavamo anche a “tana” (il nascondino), oppure agli “schiavi” un nascondino di gruppo, poiché c’erano sempre due squadre. La prima rimaneva in loco mentre la seconda scappava a nascondersi. Come nel nascondino. Poi si andava alla ricerca dei fuggitivi e quando venivano scoperti rimanevano prigionieri, però se un compagno della squadra avversaria riusciva, senza essere visto, ad arrivare alla “tana” liberava tutti.   Sempre a quei tempi tutti i bambini da Pasqua in poi per tutta l’estate, portava le “braghe corte” , oggi non si usa più. Mentre gli inverni erano molto freddi e si andava a “cisolare” (pattinare), ma con le scarpe o gli scarponi, in valle dove il ghiaccio era “pendo” (grosso) e qualche volta, quando non si stava attenti si calpestava una “sboina” (una bolla d’aria dove il ghiaccio era sottile) e si finiva nell’acqua prendendo il “luz” (il luccio un modo di dire per essere finiti a mollo), con la conseguenza di prenderle dalla mamma quando si faceva ritorno a casa, prima per il pericolo di essere andati in valle e poi, per il bagno con raffreddore al seguito.
Oggi non è più così e forse è anche giusto, poiché se fosse altrimenti non ci sarebbe il progresso e la vita frenetica che ci accompagna tutti i giorni.

Bepi Priviero

Categories : Pro Loco Jesolo


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