Frammenti di quotidianità

By at 30 marzo, 2015, 11:06 am

 ASPETTI TIPOLOGICI RELATIVI AD UN’ANTICA CLASSE CERAMICA: LA TERRA SIGILLATA

Fra le numerosissime attestazioni di materiale ceramico di fattura antica riconducibile a diverse categorie di vasellame d’uso domestico, assume senz’altro rilevanza la diffusa presenza di moltissimi frammenti ascrivibili a diverse produzioni di ceramica fine da mensa “sigillata” in diversi punti della campagna coltivata di Millepertiche. Una caratteristica costante che contraddistingue questo tipo di materiale è principalmente rappresentata dalla coloritura superficiale, con la resa di alcune tonalità tipiche consistenti in varie sfumature dal rosso all’arancio e che ne ha favorito, già a partire dall’antichità, il raggruppamento sotto la denominazione di “vasa rubra”, mentre  l’aggettivo “sigillum” (diminutivo di signum), sembrerebbe far riferimento ad oggetti decorati con figure a rilievo. In realtà il colore era ottenuto grazie alle composizioni delle argille e all’impiego di forni che permettevano un’atmosfera ossidante, grazie alla camera di combustione, evitando il contatto diretto con il fuoco. Intorno alla metà del I sec. a.C., secondo gli autori antichi come Plinio, Marziale e Isidoro di Siviglia, Arezzo si distingueva come il principale centro di fabbricazione con il passaggio dalla produzione di ceramica a vernice nera a quella a vernice rossa. Il cambiamento di gusto è sicuramente collegabile all’influenza orientale attraverso l’importazione in Etruria di prototipi dalla Cilicia e dalla Siria, ma anche all’introduzione di nuove tecnologie sulla scia delle vittoriose campagne militari nel Mediterraneo orientale (67-62 a.C.) ad opera  di Pompeo. La maggior parte delle produzioni attestate nel territorio considerato sono attribuibili alla prima età imperiale, dall’età augustea al periodo tiberiano-claudio. A sua volta la maggioranza di questo vasellame proviene da officine nord-italiche, indice della grande vitalità di queste ultime in tali periodi, integrato con bollature entro cartiglio quadrangolare mutuato dalle prime produzioni centro-italiche.  In tal senso si distingue il marchio  (AVIDI/FICVI con nesso DI e VI) disposto su due righe entro il tipico cartiglio e ritrovato tra i materiali sparsi dalle arature pertinenti ad un insediamento rustico a Millepertiche. Si tratta di un bollo figulino nord-italico accostabile, per sostanziale corrispondenza onomastica, ad un altro esemplare proveniente dal territorio di Meolo, anch’esso riconducibile ad ambito rurale.

Tra le manifatture aretine che contano un’ampia circolazione di vasellame distribuito a lungo raggio si annovera un frammento di bollo dei Perennii, che sotto questo marchio operarono per un lungo arco di tempo.  (Marcus Perennius Crescent, con nesso MP), ben testimoniato nella Venetia e rinvenuto da alcuni studenti in una ricognizione superficiale durante gli anni’80 lungo l’antico percorso della via Annia presso l’odierna località di Lazzaretto, si colloca cronologicamente verso la fase finale di attività della nota officina, approssimativamente stimata entro l’epoca tiberiano-claudia (30-60 d.C. circa). Tra i reperti  contestualizzabili figura un frammento di ceramica sigillata nord-italica con il marchio disposto su due righe  (MAE/PATES con nesso AT) stampigliato sul fondo interno di un recipiente rinvenuto frammentato e in maniera del tutto occasionale, sempre dai ragazzi, in un fondo Venturato ed originariamente riferibile, con buona approssimazione, ad un contesto funerario. Le parti superstiti denotano le piccole dimensioni di un corpo emisferico, probabilmente ascrivibile ad una tipologia di coppe (di tipo cantaroide) che trova i suoi diretti antecedenti nelle produzioni ceramiche a vernice nera nell’Etruria centrale e settentrionale, diffuse soprattutto durante il II sec. a.C. Attestazioni materiali di questa figulina sono documentati anche ad Altino. Se consideriamo il panorama generale delle attestazioni in quest’area, cercando di tracciare un bilancio delle presenze, risulta chiaramente la netta prevalenza di prodotti di fabbricazione padana riferibili a vasai che iniziarono la loro attività in un momento quasi contemporaneo alla diffusione delle prime manifatture centro-italiche, agli inizi dell’età augustea, probabilmente adottandone forme, modelli e tecnologia. In riferimento alla ceramica sigillata di produzione nord-italica in circolazione nei mercati della Venetia orientale va considerata anche la cospicua presenza di minuscoli frammenti, utilizzati come materiale di costipamento, rinvenuti in più punti lungo il tracciato dell’argine strutturato dell’antica fossa di Millepertiche.

Si conferma dunque la grande vitalità commerciale di questo settore orientale dell’agro altinate, non solo per quanto riguarda il transito delle merci grazie alla collocazione geografica, in diretto collegamento con la via endolagunare ed il noto centro amministrativo, ma anche come luogo di consumo che denota una certa capacità di acquisto dell’area. I materiali si distinguono per un’articolata varietà morfologica e qualitativa dei frammenti; tra le forme si segnalano piatti, bicchieri dall’impasto interno chiaro e rivestiti da diverse tonalità di rosso, patere con pareti verticali decorate da composizioni animali gradienti o elementi vegetali a se stanti, applicati sulla parete esterna con la tecnica della barbottina. Sono piuttosto ben documentate le coppe con varie tipologie di piede e  pareti esterne sovente decorate da giri di rotellature impresse, talora delimitate da linee orizzontali che ne inquadrano l’estensione, ed anche alcune forme plastiche di anse come quelle ad anello, il tutto inquadrabile in un ampio quadro cronologico che si estende dall’età augustea al II-III sec. d.C. Il pieno inserimento nei circuiti commerciali a medio e lungo raggio dell’odierno comparto territoriale di Millepertiche, in epoca romana, viene documentato anche da qualche sporadico frammento di terra sigillata d’importazione proveniente dal nord-Africa (probabilmente dall’area tunisina) e sud-gallica.  Per quanto riguarda la classe ceramica africana si tratta di produzioni che si rifanno a forme aperte di tipo tardo (dalla metà/fine II al III sec. d.C. circa), nelle quali si raggiunge la massima standardizzazione dei prodotti con un  graduale abbandono dell’ espediente decorativo e l’assoluta semplificazione delle forme, pur con l’aumento delle dimensioni dei recipienti , di cui l’esempio illustrato ne rappresenta una concreta testimonianza.

Da un sito rustico situato lungo la strada comunale di Millepertiche proviene infatti un frammento di scodella o piatto in ceramica sigillata africana sottolineato esternamente da una semplice solcatura all’altezza dell’orlo e riferibile alla forma Lamboglia 9b.  Dal medesimo contesto proviene anche un’attestazione qualitativamente significativa di un’altra produzione provinciale di questa classe ceramica: quella sud-gallica la cui sintassi decorativa, ed in particolare il soggetto, trova strette affinità con i repertori ceramici prodotti negli ateliers dell’attuale Francia meridionale.

Lo stato di frammentazione dei materiali rinvenuti negli anni in raccolte di superficie, impedisce di ricavare informazioni più approfondite in quanto le produzioni attestate non sono facilmente riconducibili al repertorio tipologico di riferimento conosciuto. Tuttavia le tonalità estremamente variegate delle superfici indicano una diversa padronanza, da parte dei ceramisti, della tecnica relativa alla cottura in atmosfera ossidante che rese irrinunciabile questo tipo di vasellame da mensa nel mondo dei vivi, ma anche in quello dei defunti.

Giuliano  Rosin

Categories : Il cassetto dei ricordi


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