La Guerra degli analfabeti

By at 30 marzo, 2015, 12:57 pm

\…\ Sicure l’Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l’onde.
Sul patrio suol vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

da “La canzone del Piave” di E.A. Mario 1918

 

Siamo giunti al Centenario della Grande Guerra, un conflitto tra nazioni che non aveva avuto uguali nel passato storico dell’umanità, sia per la quantità delle nazioni belligeranti sia per la novità delle trincee e delle micidiali, incorporee armi d’offesa (gas).

Sarebbe poi esplosa la nefasta replica con la seconda guerra mondiale ma questa rimane effigiata nella memoria a causa dell’empietà dell’olocausto, perpetrato questo in nome di una sedicente razza eccelsa.

Ci sarebbero stati, è vero, i due famigerati lanci della bomba atomica sul Giappone, un ordigno che l’umanità non ha mai considerato bellico, bensì strumento di ignobile genocidio, eppure, ai posteri sarebbe stata costantemente ribattuta la disumanità dell’olocausto distraendoli dalla spietatezza del nucleare.

Nella prima guerra, moltissimi civili avevano pagato con la fuga, con la fame e sovente con la vita, solo per la sventura di dimorare e lavorare nelle zone di scontro armato.

In totale, scomparvero sedici milioni tra combattenti e civili oltre ai più di venti milioni tra feriti e invalidati.

Nella seconda, uomini in uniforme di una nazione considerata civile, avrebbero dato impunemente la caccia ad altri uomini, inermi e non combattenti, di tutte le età, nell’infame criterio di far prevalere un’onnipotenza vendicativa, simile alle peggiori invasioni barbariche della storia.

Il risultato fu di oltre settantuno milioni di cui un numero elevato di civili, circa quarantotto milioni e cinquecento mila.

Tornando alla Grande Guerra, la cobelligeranza del nostro paese era invisa alla gente contadina, che in realtà era la maggioranza.

Nella gente, dicevo, era diffuso un forte sentimento di neutralità, specie tra le donne, le quali avevano ben altri problemi sociali da risolvere.

La maestra Rita Maierotti* di Castelfranco Veneto, esempio per tante, dislocata a Bari, qui svolgeva nel 1914 un’intensa propaganda antibellica e sbandierando la necessità delle lavoratrici di ottenere e difendere i propri diritti, inserendosi nelle agitazioni di massa del Nord Barese e del Foggiano.

Fu il primo ministro Antonio Salandra a comprendere l’umore popolare e dichiarare la neutralità italiana inimicandosi gli interventisti di cultura risorgimentale.

Tra i neutralisti c’era il futuro, storico capo di governo della Repubblica Italiana appena istituitasi nel secondo dopoguerra, Alcide De Gasperi.

Dopo aver svolto l’incarico di consigliere  municipale a Trento, fu eletto deputato alla Provincia trentina e il 1911 al Parlamento naturalmente viennese, essendo cittadino austriaco in terra dominata dall’Austria.

Diversamente da Cesare Battisti, anch’egli eletto nello stesso anno deputato a Vienna, il quale nutriva forti sentimenti di appartenenza alla terra dei suoi padri, tali da disertare e consegnarsi all’esercito italiano per indossarne l’uniforme.

Catturato dagli austriaci, pagò con l’ignobile impiccagione nonostante avesse chiesto di morire da soldato, mediante fucilazione.

De Gasperi, invece, si sentiva cittadino dell’impero austro-ungarico e il suo pensiero politico andava a una sorta di autonomia per le sue terre, a uno stato libero pacificamente annesso in una federazione.

Le cose diplomatiche precipitarono e fu lo stesso Salandra, nonostante la maggioranza neutralista nella Camera, che dovette arrendersi alla volontà degli interventisti “capitanati” da V. Emanuele III.

Salandra aveva preferito esonerarsi dall’incarico ma il sovrano ne respinse le dimissioni e lo indusse a far votare i parlamentari a favore della concessione di pieni poteri al governo, il quale fu così implicitamente autorizzato a entrare in guerra, d’altronde già determinata dalla reggia.

Le donne rimaste a casa s’inventarono i lavori tradizionalmente maschili nei campi e nelle fabbriche.

Quel lavoro al femminile nei poderi che si sarebbe trasmesso alle generazioni future, specie in zone prevalentemente agricole quali il Veneto.

La convinzione che i presupposti non avrebbero consentito alla nazione di sopportare il conflitto e uscirne vincitrice, parve rendersi concreta con la rotta di Caporetto.

In questa linea, occorre ricordare, si fronteggiarono sei unità della Brigata Foggia di fanteria, operanti proprio sotto Caporetto, e sei unità rispettivamente della Brigata Puglia e della Brigata Napoli.

Coscritti spediti al fronte di una terra sconosciuta e per motivazioni patriottiche che non riuscivano ad abbracciare.

Nel tracciare il quadro sociale d’epoca, occorre precisare che essa è deflagrata cogliendo la popolazione italiana in uno stato culturale dimezzato; infatti, il grado d’istruzione indicava un grave analfabetismo, che toccava il cinquanta per cento nella Puglia affiancata dalla Sardegna e da tutte le regioni centro-meridionali a partire dalle Marche.

Il resto della penisola, tuttavia, specie il Veneto dei contadini, ruotando intorno al quaranta per cento di analfabeti, non poteva certamente essere considerato istruito.

Ai generali, però, a Cadorna prima di tutto, premeva per lo più che i fanti ubbidissero ciecamente e prontamente all’ordine di assalto suicida alla baionetta o di costituire una barriera di carne umana al cospetto del nemico.

Atti d’immane sacrificio, sovente inefficaci quando non inutili, aggravati dalla minaccia di fuoco amico alle spalle qualora indietreggiassero.

A Losson di Meolo, durante la Battaglia del Solstizio, occorre tuttavia precisare che l’immolazione dei soldati schierati, in gran parte sardi e meridionali, condusse ad arrestare con successo l’avanzata nemica e a riscattare Caporetto.

Un’Italia rurale, dunque, chiamata a guerreggiare e alla quale, in ogni caso, va il merito della grande vittoria grazie al loro tributo con la vita, che non era affatto eroismo collettivo bensì imposto martirio.

 

\…\ sul selciato langue raccolto

s’è macchiato sangue dirotto

mucchio di noi mai stati eroi. 1

 

L’analfabetismo delle truppe, invece, comportò l’adattamento delle gerarchie ad alcune soluzioni di rimedio, peraltro chieste a gran voce dalle famiglie e dall’opinione pubblica, se non si voleva che il morale precipitasse a scapito delle operazioni belliche.

La questione sorse, insomma, perché una massa d’illetterati potesse spedire e ricevere lettere, in altre parole far scrivere e leggere la corrispondenza con le famiglie.

Fu così che nelle retrovie, i soldati in turno di riposo dalle trincee, erano accolti da una sorta di volontariato formato da commilitoni, uomini di chiesa e studenti non ancora chiamati alle armi, i quali s’impegnavano a leggere il contenuto delle missive giunte da casa e a farsi dettare le risposte, tutte però sottoposte al vaglio della censura gerarchica.

Dai campi di prigionia sarebbe stata la Croce Rossa a svolgere quando possibile tale benevolenza.

Da aggiungere che l’analfabetismo ricorrente nella penisola muoveva, per via di logica, anche le famiglie a fornirsi di un lettore e di uno scrivano.

Il problema, comunque sia, era appena facilitato pur con l’intervento d’individui relativamente colti.

Al fronte, i numerosi dialetti che rappresentavano l’unico modo d’esprimersi dei soldati, imbarazzavano i volontari nel tradurre in lingua ciò che il soldato dettava a voce.

Sovente, qualora poco usi alla lingua nazionale, costoro riportavano sulla carta le espressioni dettate in un misto di dialetto e d’italiano sgrammaticato, consci che a casa avrebbero meglio compreso.

 

/…/ Di treviso angora non poso ricevere unna vostra lettere fatemi sapere Vie succeso qualche Cosa e pure viavette dimenticato \…\ (Leonardo (…) di Conversano alla sorella) 2

 

Accadeva che il lettore si trascinasse con difficoltà nel tradurre le lettere recapitate e scritte in dialetto o in un italiano maccheronico.

Ecco che cosa aveva scritto o dettato un genitore in una lettera indirizzata al direttore di un ospedale per problemi mentali nel quale era stato internato il figlio.

 

\…\ Caro delitore chi ave 3 settimane cunaio risposta di mio figlio Carlo Deliture Voglio sapere Dipunto Sicuro come va Mio figlio cula nerveggià di testo Caro Delliture Voglio sapere \…\3    

 

*  Rita Maierotti

Nata a Castelfranco Veneto (Treviso) il 27 agosto 1876, deceduta a Castelfranco Veneto il 30 gennaio 1960, maestra elementare.

Militante socialista, dopo essersi diplomata insegnò a Spresiano (TV) e, dopo essersi sposata a vent’anni, rimasta vedova, si trasferì con due figli a Milano e quindi nel Mantovano, dove insegnò nella scuola elementare di Suzzara.

Nel 1915 l’insegnante, vinto un concorso, prese la via del Sud e a Bari continuò l’attività politica (soprattutto a tutela delle donne che lavoravano alla Manifattura Tabacchi), dopo essere passata nelle file del PCd’I, nel quale militava.

Essendosi di nuovo sposata (con Filippo D’Agostino, segretario comunista della locale Camera del Lavoro), la Maierotti, nel novembre 1922, partecipò col marito a Mosca al IV Congresso dell’Internazionale. Al rientro in Italia i coniugi d’Agostino furono arrestati. Rilasciata qualche mese dopo, Rita, (che a Bari partecipato alla difesa della Camera del Lavoro, quando la sede era stata assaltata dagli squadristi), si fermò a Roma per breve tempo sino a che, nel 1925, i D’Agostino (perseguitati dalla polizia fascista), decisero di emigrare.

Un breve periodo in Francia e in Belgio; poi, al rientro in Italia, un nuovo arresto, che per Filippo si trasformò in una condanna a 4 quattro anni di reclusione, seguita dall’avvio al confino di polizia nel quale rimase sino al 1932.

A questo punto, Rita era rimasta a Roma rinunciando ad ogni attività politica,sapendosi schedata per i suoi “principi sovversivi”.

Nel dopoguerra Rita Maierotti è tornata al suo paese di origine, morendovi in tarda età.

Versi sul monumento ai Caduti di Silea Treviso tratti da una composizione dello stesso autore di questa pagina.

2 – 3 da “Feriti nell’anima” 2008 di Nicola Bettiol

 

Categories : In nome della memoria | Pro Loco Meolo


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