Centenario della Grande Guerra (IV) – ProLoco Meolo

By at 15 marzo, 2016, 11:00 am

La guerra degli amici

24 maggio 1915. Il re Vittorio Emanuele chiama a raccolta le due forze armate “Soldati di terra e di mare, l’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è sonata…”

L’Aeronautica, come arma a se stante, non era ancora nata; gli aviatori provenivano dalle file dell’esercito e della marina.

Lo storico brevetto di pilota fu infatti rilasciato nel 1909 al tenente di vascello Mario Calderara.

Dalla straordinaria lievitazione dei fratelli Wright nel 17 dicembre 1903, lo sviluppo aeronautico in versione militare è dovuto principalmente alla perizia italiana.

Fu nel 1911, durante il conflitto in Libia, che il mondo conobbe la nuova macchina “più pesante dell’aria” grazie alle imprese degli aviatori italiani e poi merito delle grandi trasvolate sia in “solitario” sia in “formazione”.

In seno alla Triplice, i nostri aviatori scandivano le regole del volo e delle acrobazie belliche, magnetizzando gli alleati che imparavano mossi da una sorta di cameratismo quando non da sentimenti d’amicizia.

La risoluzione di separare l’arma aeronautica dall’esercito, rendendola autonoma, fu adottata il 28 marzo 1923 col nome di battesimo  Arma Azzurra.

In seguito, il 1º gennaio 1926, per volere di Vittorio Emanuele III, fu ridefinita Regia Aeronautica, dotandola di Stato Maggiore con a capo il Generale di divisione Pier Ruggero Piccio.

Tornando al fatidico 1915, oramai si era deciso a entrare in guerra al fianco dell’Intesa, abbandonando gli alleati della Triplice, i quali avevano pur promesso al ministro Sonnino che per il proseguimento dell’alleanza avrebbero concesso Trento, Rovereto, Riva e Tione, avrebbero corretto i confini orientali riconoscendo all’Italia i territori di Gorizia, Gradisca e l’arcipelago delle Curzolari.

La nostra nazione, per aver disertato l’Alleanza, fu così raffigurata allegoricamente dai tedeschi e austro-ungarici simile a un brigante dotato di armi raccattate e con tanto di cappellaccio.

Il cameratismo aeronautico e l’amicizia con gli amici tedeschi si erano così disfatti: gli uni e gli altri si sarebbero ritrovati a duellare nel cielo sino all’ultimo sangue.

Sarebbe ancora accaduto in Jugoslavia alla fine del secolo quando, allo sgretolamento dello stato, si sarebbero ritrovati a combattere sino alla morte compagni d’armi di un’unica forza armata divenuta invece una sorta di trappola, dove ognuno si era votato a essere nemico di tutti.

Una signora croata, italianizzata per matrimonio, raccontava che da ragazza, figlia di un ufficiale, la sua casa ospitava abitualmente commilitoni del papà, provenienti dai diversi stati della repubblica, tutti assieme in compagnia conviviale a discutere di questioni politico-militari.

Allo scoppio del conflitto, però, concludeva visibilmente commossa, si sarebbero inspiegabilmente massacrati a vicenda; ma la stessa guerra, si sa, è inspiegabile che scoppi.

L’amicizia, questa volta alimentata dalla medesima passione per la montagna, accomunava guide e scalatori di tutta Europa, tanti italiani, i quali si radunavano tra i rifugi alpini in calorosa brigata.

Sepp Innerkofler, una ricercata guida austriaca, era molto conosciuto nell’ambiente e ognuno vantava d’essergli amico, rivelando leggendari episodi sulla sua attività.

Il 1915 si ritrovò, suo malgrado, a indossare gli abiti del combattente, insoliti rispetto a quelli abituali di scalatore, pronto al dovere di far fuoco sui suoi vecchi amici italiani.

La domenica del 4 luglio era in una squadra, intento a scalare per raggiungere la base del Paterno, assistita dal fuoco austriaco di copertura.

La vetta era già stata raggiunta da una postazione italiana che contrattaccò con una fitta sparatoria.

Sepp riuscì a guadagnare una posizione riparata, immediatamente sotto la sommità e da lì a lanciare tre bombe contro i nemici.

Tra questi c’era una vecchia conoscenza, l’alpino Pietro De Luca, il quale, con il capo sanguinante, apparve improvvisamente al cospetto della guida.

Privo di arma da fuoco, accecato dall’euforia bellica, gli scagliò addosso un masso, tale da farlo precipitare morto nel vuoto.

Il corpo andò a incastrarsi dopo poca distanza, nel sottostante camminamento Oppel.

I nostri alpini raccolsero pietosamente la salma del loro “istruttore” civile e lo inumarono dignitosamente sul Paterno, dove rimase sino alla fine della guerra, quando fu ricondotto a casa.

La notizia della sua morte aveva fatto il giro del mondo alpinistico dove, dopo l’amarezza,  nel dopoguerra sarebbe rimasto un vuoto incolmabile.

Ferruccio Gemmellaro

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